L’importanza dell’open-source nella realizzazione di software enterprise

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Mondo nerd - 5 MIN. DI LETTURA

Aggiornato: Gennaio 2023
Niccolò Maltoni

Software Engineer

Un leitmotiv che ho riscontrato parlando con numerose persone nel settore della software engineering è la passione per la programmazione fin dalla tenera età: generalmente nasceva dalla necessità di realizzarsi qualcosa di utile, come trucchi o piccole automazioni per aggirare le parti noiose di qualche videogioco, oppure il firmware per piccoli robot basati su micro-controllore.

Nonostante io abbia scritto la mia prima riga di codice solamente durante il primo anno di università, non posso negare di avere avuto molta esposizione al settore fin da piccolo: ricordo con affetto ad esempio quando ero bambino e mio padre portava a casa riviste con annessi CD colorati che non vedevo l’ora di caricare nel vecchio PC che avevamo in salotto. Ricordo la curiosità con la quale provavo le varie distribuzioni Linux che queste riviste allegavano, stupendomi ogni volta della qualità di questi prodotti che, di fatto, erano distribuiti gratuitamente. 

Ero troppo piccolo per comprendere che dietro a progetti aperti e gratuiti come Ubuntu o OpenOffice c’erano compagnie del calibro di Canonical e Oracle, che investivano tempo dei loro ingegneri (e quindi denaro) in questo tipo di progetti, permettendo la fruizione di questo tipo di prodotti da parte di tutti. Ma per quale motivo si faceva questo?

Riprendendo quanto detto da Salvatore Sanfilippo, ideatore di Redis e figura italiana di spicco nel panorama open-source, a un TEDx del 2019:

” quando hanno iniziato con l’open-source al MIT o a Berkley erano quattro fricchettoni, diciamoci la verità. Erano bravissimi come informatici, ma se allora dicevi che il futuro dell’information technology erano questi quattro pazzi che regalano tutto, non ci avrebbe creduto nessuno; ma hanno prodotto una accelerazione tecnologica fondamentale.”

Esisteva una visione comune, mutuata dalle community di origine accademica e giunta fino all’ambiente corporate, orientata a un software aperto, libero, che potesse aiutare l’intero settore a progredire, aldilà dei limiti di ciascuna azienda. 

Questa accelerazione tecnologica è diventata sempre più evidente nelle ultime 2 decadi, anni in cui si sono visti enormi sviluppi e maggiore partecipazione da parte delle aziende con finanziamenti e con tecnologie sempre più evolute. Dalla nascita della Apache Software Foundation con la partecipazione del colosso IBM alla community Apache Group, datata a meno di un anno prima del nuovo millennio, si contano più di 350 progetti, molti dei quali donati da aziende che in precedenza ne facevano uso interno e che continuano a farne manutenzione a beneficio dell’intero settore.

I vantaggi dell’open-source

Sorge dunque spontaneo chiedersi quale vantaggio ci si possa procurare nell’investire risorse, umane e monetarie, in un asset non direttamente monetizzato come un progetto open-source.

Prendendo in considerazione l’aspetto meramente economico, vediamo le top 10 piattaforme di eCommerce per market share del primo quarto del 2022 (fonte Statista):

Risulta interessante notare che, insieme a player di dimensioni notevoli come Amazon, figurano per oltre il 25% del mercato anche prodotti open-source quali WooCommerce e Magento. Quest’ultimo, ad esempio, nasce nel 2008 sotto licenza open-source da una piccola compagnia californiana di consulenza in ambito eCommerce col contributo di diversi volontari.

In pochi anni, il progetto riceve diversi riconoscimenti e finanziamenti esterni da player del calibro di eBay, per poi venire venduta a 10 anni dalla nascita per 1.68 miliardi di dollari ad Adobe, che continua tuttora a supportare la codebase e ne ha fatto punto di partenza per la soluzione proprietaria Adobe Commerce. Questa ovviamente non è l’unica storia di successo: IBM e Microsoft ad esempio hanno donato progetti e ore del loro personale alla community, fino ad arrivare a spendere miliardi per l’acquisizione di società come Red Hat e GitHub.

Inoltre, è bene precisare che molto spesso il codice open è solo una parte del portafoglio di offerta dell’azienda, che generalmente può vendere funzionalità avanzate, integrazioni, supporto, senza dover vedere nell’acquisizione l’unico possibile interesse economico.

Accrescere il know-how e migliorare l’immagine

In ogni caso, sarebbe miope soffermarsi solamente sulla monetizzazione diretta: il vero guadagno dovrebbe infatti essere ricercato nell’accrescimento del know-how aziendale e nella cura dell’immagine che essa espone alla community di cui si parlava in precedenza. 

Se consideriamo ad esempio le contribuzioni a progetti comunitari esterni, in un uno studio pubblicato nel 2018 per il journal Organization Science il ricercatore Frank Nagle mette in evidenza come la produttività delle risorse aumenti notevolmente: infatti, la possibilità di contribuire a strumenti e librerie che si utilizzano quotidianamente permette agli sviluppatori di conoscere meglio il funzionamento sottostante, di integrare funzionalità utili al ciclo produttivo dell’azienda e di intercettare bug che possono essere estremamente costosi una volta in produzione. Inoltre, allocando risorse per contribuire allo sviluppo della community e al miglioramento degli strumenti che usa, essa mette in mostra un senso di responsabilità e si espone a opportunità di networking, sia con altre aziende non necessariamente del medesimo settore, sia con singoli sviluppatori indipendenti, favorendo la collaborazione e risultando appetibile a nuovi talenti.

Una strada che apre a numerose possibilità

Per concludere, possiamo quindi affermare che gli esempi reali smentiscono ampiamente il timore che si sente venire espresso da aziende meno lungimiranti, che sono restie all’idea di condividere qualsiasi tipo di risorsa con i competitor, vedendoli come soldi “buttati”: non solo le opportunità di monetizzazione esistono, ma con i tantissimi progetti donati e sostenuti da aziende di ogni provenienze e dimensione il settore può continuare a crescere e a migliorarsi. In articoli futuri non mancheremo di raccontarvi il core open-source che permette a magnews di esistere, come anche le nostre contribuzioni, sperando di diffondere quanto più possibile questo messaggio di apertura e di innovazione.

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